Contro il commissariamento della politica

Con la fine del governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte, per l’economista Mario Draghi si sono aperte le porte di Palazzo Chigi. Come scrivevo lo scorso 17 gennaio, la crisi è stata da Matteo Renzi per due motivi: “distruggere una figura politica ritenuta antipatica, quella del premier, sabotare la possibile alleanza PD-M5S-LeU per riprendersi il centrosinistra”.

Quasi un mese dopo, il progetto renziano si è avverato. Dopo la conta in aula, dove il governo non ha raggiunto la maggioranza assoluta al Senato, il premier Conte si è dimesso, portando il Quirinale a convocare le consuete consultazioni.

Lo spettacolo offerto dalle trattative gestite dal presidente della Camera, Roberto Fico, è stato snervante. Dopo aver riunito gli alleati giallorossi per discutere di una possibile nuova intesa, Italia Viva ha posto veti su tutto, persino sulle modalità di compilazione del verbale.

La (discutibile) scelta del Quirinale

Era evidente come i renziani avessero un solo obiettivo, quello di sfasciare l’intesa tra PD, M5S e LeU. Ero convinto, e lo sono ancora, che la scelta migliore per il futuro del nostro Paese fosse quella di ricorrere all’extrema ratio: lo scioglimento e il conseguente rinnovo del parlamento.

Invece, il Colle ha preso un’altra decisione, quella di incarica Mario Draghi, aprendo la strada a un governo tecnico. Certo, la situazione non è quella del 2011, quindi Draghi non sarà un nuovo Mario Monti, ma la sostanza rimane invariata: la politica è stata commissariata ed è stata sconfitta dalla tecnica, mentre dovrebbe essere quest’ultima ad “eseguire” le direttive.

Ecco perché non sosterrò il governo Draghi. Non lo farò per motivi ideologici o personalistici, ma per una semplice questione di principio. Ognuno ha i propri ruoli ed è giusto – e persino naturale – che faccia del proprio meglio per portarli avanti, come Platone scrisse magistralmente nella sua Repubblica.

La questione politica

Ad ogni modo, sono convinto che la situazione politica sia ancora più grave. I partiti e i loro dirigenti non sono stati all’altezza del loro compito. E allora, direte voi, non è corretto il commissariamento? No! Solamente gli elettori possono rinnovare la classe dirigente, risollevando lo stato di salute della politica nazionale. Non un tecnocrate.

PD e M5S hanno abbandonato la nave affondata del governo Conte II al grido “o Conte o voto”. E adesso? Tutti al servizio di Draghi. Il centrodestra, che si è sempre autoproclamato “unito”, ha assistito alla fine dell’asse giallorosso chiedendo il “voto subito”. E adesso? Forza Italia sosterrà Draghi, la Lega pure, mentre Fratelli d’Italia resterà all’opposizione. Alla faccia dell’unità!

Il mio dubbio, da elettore, dovrebbe essere lecito. Come potrà, il governo Draghi, avanzare nel mare della crisi pandemica, con tutte queste differenze interne? Come potranno sedersi allo stesso tavolo ministri di PD, M5S, Lega e Forza Italia? Come potranno lavorare in sinergia tra loro?

Non sarebbe stato meglio andare al voto? Gli elettori non avrebbero preso la scelta migliore rispetto alla nascita di un’insalata governativa? Perché è stato decapitato il governo che Confindustria criticava, in favore del messia dei liberali? Dovremmo pensare male? La storia, naturalmente, emetterà il suo insindacabile giudizio.

E adesso?

Naturalmente, chi scrive è un semplice militante che ha deciso di mettere nero su bianco i propri pensieri, il proprio sfogo. Seguirò, avvalendomi della mia capacità critica, il percorso del mio campo di appartenenza, quello del centrosinistra, sperando che questa disgraziata legislatura possa terminare al più presto.