Sulla crisi del governo Conte II

Alcuni giorni fa, il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ha ritirato la delegazione del suo partito dall’esecutivo giallorosso guidato da Giuseppe Conte aprendo, di fatto, una crisi di governo. Il riassunto della conferenza stampa, che l’ex premier ha usato per spaccare l’equilibrio politico, è molto semplice: Conte è inadeguato a guidare l’Italia in una fase cruciale.

L’intera conferenza convocata per annunciare le dimissioni, monopolizzata dal fiorentino a discapito delle ministre Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, sembrava una partita di poker: Renzi chiudeva, annunciando le dimissioni della delegazione, Renzi apriva, rendendosi disponibile solo dopo un cambio di passo.

Insomma, il leader di IV ha giocato d’azzardo scommettendo sulla fine del governo senza il suo appoggio parlamentare, dichiarandosi sicuro di un nuovo accordo con PD e Movimento 5 Stelle, forte della convinzione che alle urne non si andrà prima della scadenza della legislatura. Tuttavia, dal PD e dal Movimento le dichiarazioni sono state di tutt’altro tono, con Renzi e IV etichettati come “inaffidabili”.

Crisi di governo: che fare?

La risposta all’antica domanda leninista è da ricercare nei banchi del parlamento. Alla luce delle chiusure degli alleati, Conte andrà alla Camera e al Senato chiedendo il supporto dei cosiddetti responsabili, in modo da allargare la maggioranza ai centristi e ai liberali antisovranisti.

I latini direbbero “mors tua vita mea”. Il premier cercherà un confronto parlamentare come quello del 20 agosto 2019, quando l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini uscì malconcio dallo scontro dialettico. Questa volta, però, gli scenari sono diversi, e come andrà a finire lo sapremo solamente a seguito del voto di palazzo Madama, dove la maggioranza è sul filo del rasoio.

Certo, tirare a campare nel bel mezzo di una violenta pandemia non è lo scenario migliore. Per i giallorossi sarebbe utile trovare nuovi interlocutori tra i centristi, ma ciò potrebbe avvenire solamente in caso di consultazioni per un ipotetico Conte III.

La mossa del caciocavallo

Insomma, la renziana “mossa del cavallo” potrebbe diventare quella del “caciocavallo”. Che senso ha mettere fine all’esperienza di governo in un momento simile? Perché non è stato cercato un costruttivo confronto politico?

Renzi ha cercato di affondare il Conte II per due motivi: distruggere una figura politica ritenuta antipatica, quella del premier, sabotare la possibile alleanza PD-M5S-LeU per riprendersi il centrosinistra. Sembra che sia passata un’era, ma le regionali si sono tenute solamente quattro mesi fa, e il polo centrista ha ottenuto risultati disastrosi. Per questo motivo, è chiaro che Renzi voglia riprendersi il PD, anche a costo di autodistruggersi.

Lo stesso che tuonava contro i partitini ha usato un partitino per far cadere un governo in prossimità di importanti scadenze europee. Questa crisi di governo, quindi, si presenta come l’extrema ratio di un leader fallito, ostaggio del suo egocentrismo, pronto a perdere tutto nell’intento di far perdere gli altri.

Alla fine, uno degli scenari possibili è la nascita del governo Conte III con il rientro in maggioranza di IV. Sarebbe davvero il colmo! Gli stessi colonelli renziani, fiutata la concreta possibilità dell’inserimento dei responsabili centristi in maggiorana, hanno iniziato a usare toni più moderati.

Speranze per il futuro

Personalmente, mi auguro che il percorso dell’alleanza giallorossa possa continuare, anche nei territori. L’uguaglianza, l’ambiente, la difesa dei beni comuni e l’idea di una nuova Europa sono e dovranno essere il collante di questa nuova formula del centrosinistra.

In quest’alleanza, però, non credo che debba esserci spazio per quei partiti come Italia Viva, Azione e +Europa, formazioni politiche nate a immagine e somiglianza del proprio leader, con l’idea di distruggere piuttosto che costruire.

Ad ogni modo, sono convinto che per battere il centrodestra, si spera nel 2023, il proporzionale sia l’unica via, in quanto si tratta dell’unica legge elettorale veramente democratica, poiché consegna ai parlamentari – e non ai leader -, come previsto dalla Costituzione, l’onore e l’onere di formare un governo coeso e compatto.