Se anche Beppe Sala sogna il socialismo

“Onorevole, è meglio che esca dal retro…”
“Siete matti? Non se ne parla nemmeno! La macchina è pronta?”
“Sì onorevole, è pronta…”
“E allora andiamo”.

Sono le 20:05 del 30 aprile 1993. La storia italiana è giunta all’atto finale della Prima Repubblica. Quel giorno nell’albergo romano Raphael si era riunito lo stato maggiore del Partito Socialista. L’intera Italia era in subbuglio: la sera prima, infatti, la Camera aveva “graziato” l’ex Premier Bettino Craxi, negando l’autorizzazione a procedere per quattro delle sei imputazioni a suo carico.

Nel corso della giornata diversi partiti avevano convocato i propri militanti in piazza, per esprimere il proprio dissenso contro la decisione della Camera. In piazza Navona, il Partito Democratico della Sinistra (erede diretto del Partito Comunista Italiano) stava tenendo un comizio. Finito l’intervento dell’allora segretario del PDS Achille Occhetto la folla si riversò nel vicino largo Febo, situato proprio davanti all’entrata del Raphael.

Craxi, uditi gli slogan dei pidiessini, spalancò la porta dell’ascensore, rifiutò di uscire dal retro della struttura e si diresse verso l’androne principale, dove aprì con un calcio la porta d’ingresso, per poi salire velocemente sulla Lancia Thema che lo aspettava. Mentre i poliziotti in tenuta antisommossa tenevano a bada la folla inferocita, sull’auto e sulla scorta dell’allora onorevole socialista iniziarono a piovere monetine, sassi, accendini, pacchetti di sigarette e persino un ombrello.

La fine di un’era

Quel giorno la storia politica di Bettino Craxi giunse al termine, così come la stessa Prima Repubblica. Tuttavia, quello stesso giorno segnò anche la fine della lunga storia del socialismo italiano. Dall’indomani, il centrosinistra del bel paese cominciò ad autodefinirsi genericamente progressista, europeista, democratico, riformista, verde e persino liberale. Ma mai più socialista.

Nonostante la crisi del capitalismo abbia spianato le strade ai movimenti e ai partiti socialisti del mondo intero, quasi tre decenni dopo la sinistra italiana non è ancora stata capace di mettere fine alla decadenza ideologica iniziata con la svolta della Bolognina e completata, in grande stile, da tangentopoli.

Una speranza per il futuro

In queste ore, il dibattito sul centrosinistra a trazione socialista è stato riacceso, grazie a un’intervista rilasciata al Corriere della Sera dal sindaco di Milano, Beppe Sala. “Dico che il socialismo – dice Sala – non appartiene alla storia, ma all’avvenire. Solo in Italia è considerato una parola morta. Altrove non è così. Avremo il Recovery fund: usiamolo per prenderci cura dei cittadini e per rilanciare la politica industriale. Le risorse arriveranno; servono nuove idee. Siamo a un cambiamento d’epoca”.

Naturalmente, mi trovo molto d’accordo con le parole di Sala. Il socialismo non è morto, anzi. È più vivo che mai, anche grazie alla crisi socioeconomica del capitalismo. Tornare a parlare del socialismo, tornare a professare il socialismo, dovrebbe essere una priorità per tutto il centrosinistra.

Il fallimento della terza via blairiana è ormai conclamato, spostare lo sguardo a sinistra è un obbligo. Abbiamo perso tanto tempo. E anche tanti elettori. Costruire un futuro più luminoso del presente dovrà essere l’obiettivo comune dei progressisti e dei militanti delle sinistre.